IL CICLONE HARRY E IL SILENZIO DEI MEDIA
È ora di smettere di intervenire solo dopo il disastro, con soldi che tamponano l'ennesima crisi.
Servono interventi efficaci, programmati e continuativi per colmare quel gap infrastrutturale

Vorrei parlare di una ferita aperta nel nostro Paese, che ha un nome: il ciclone Harry.
Mentre parliamo, in Sicilia, Calabria e Sardegna, intere comunità sono state piegate da piogge torrenziali, frane, strade spazzate via, paesi isolati e campagne devastate.
I danni sono ingenti, non solo materiali ma anche umani, fatti di paura, di raccolti perduti, di aziende sommerse.
Eppure, in queste ore cruciali, accanto al fragore del maltempo, è risuonato un altro suono, assordante: il silenzio. Il silenzio delle reti televisive nazionali, l'assenza dalle prime pagine dei grandi giornali. Sembra quasi che esista un confine, non solo geografico, che separa le tragedie "nazionali" da quelle "locali".
Ma un'alluvione in Romagna o nelle Marche giustamente scuote tutta l'Italia.
Perché una tempesta che devasta Messina, Reggio Calabria o i paesi della Sardegna no?
La Sicilia, la Calabria, la Sardegna devastate dal maltempo meritano le prime pagine.
Non per un vezzo, non per vittimismo.
Lo meritano per tre ragioni fondamentali
1. Dovere di informazione: I cittadini italiani hanno il diritto di sapere cosa accade in ogni parte del Paese.
2. Dovere di solidarietà: La solidarietà nazionale non si accende per magia. Ha bisogno di essere sollecitata, nutrita dalla conoscenza. Senza visibilità, quell'impulso a tendere la mano si affievolisce.
3. Dovere di verità: Questo silenzio mediatico non è un incidente. È il sintomo di una malattia più profonda, antica: il gap infrastrutturale che separa ancora il Sud dal Nord. Reti idriche e fognarie inadeguate, dissesto idrogeologico cronico, manutenzione del territorio spesso carente. Il ciclone Harry non è solo un disastro naturale; è un disastro che ha colpito un territorio reso più fragile e vulnerabile da decenni di sottovalutazione e di investimenti insufficienti.
Quindi, non basta invocare le prime pagine
Dobbiamo usare questo momento drammatico per lanciare un appello duplice e urgente.
In primo luogo, sollecitiamo una solidarietà nazionale concreta e immediata: aiuti alle popolazioni, sostegno alle imprese, presenza dello Stato non solo nelle emergenze ma nella ricostruzione.
In secondo luogo, e qui sta il punto cruciale, dobbiamo trasformare la risposta a questa emergenza in un punto di svolta.
È ora di smettere di intervenire solo dopo il disastro, con soldi che tamponano l'ennesima crisi.
Occorre avviare finalmente, con determinazione, interventi efficaci, programmati e continuativi per colmare quel gap infrastrutturale.
Investimenti straordinari per la sicurezza del territorio, per la modernizzazione delle reti, per la prevenzione.
Solo così onoreremo le sofferenze di oggi e costruiremo un domani più sicuro e più giusto per tutti.
Perché un Paese che lascia al buio una parte di sé, non solo nelle notti di tempesta ma anche nei telegiornali, è un Paese che smarrisce pezzi della propria coscienza.
Diamoci da fare per riaccendere i riflettori, e per costruire, finalmente, ponti più resistenti di quelli che il fiume si è portato via.
Giuseppe Milazzo
Maestro del Lavoro
Componente del Consiglio Direttivo Ristoworld Italy



